Mancano due settimane, lo so, ma la scuola è già una fucina di iniziative, convegni e rassegne; li portiamo al cineforum, invitiamo qualche reduce, promuoviamo l'iniziativa del Comune di organizzare un treno di studenti per Auschwiz?
Quest'ultima idea ha suscitato in noi un macabro consenso, a dire il vero.
In quanto a me, già da un paio di lezioni ho dovuto affrontare di petto la questione: da quando abbiamo iniziato Marx, il porco ebreo comunista, in VB. La Quinta B-astardi.
"Beh, e che maniera è di esprimersi!", li richiamo.
"Ma sì, me l'ha detto pure mio padre che se tocchi gli ebrei e i comunisti ti viene la lebbra. Quindi io Marx non lo studio!", risponde per tutti il tizio alto, biondo e con gli occhi azzurri di evidente razza ariana, mentre gli altri inneggiano al Duce col saluto romano.
Rimane in disparte solo il piccoletto, bassino, scuro di evidente razza non ariana, che dopo la convocazione dei genitori e la media del quattro scarsa in pagella ha deciso di mettersi a fare il bravo. Il piccoletto capta il mio sconforto ed interviene: "Che scemi! Ma si può sapere poi cos'avete contro sti ebrei del cazzo?"
"Ah, complimenti! Ora sì che va meglio!"
"E vabbè prof, ma io intendevo dire che non capisco perchè ce l'hanno con loro..."
"Perchè è una razza giudea!", ribatte un altro con una certa coerenza logica.
Decido che è il caso di intervenire spiegando la differenza che corre fra libertà di espressione e incitamento all'odio razziale, il quale per altro è un reato.
"Seh, reato! Tanto qui la pensiamo tutti allo stesso modo!"
"Per quel che ne sapete, io potrei essere di origini ebraiche", faccio notare. Cala il silenzio, colgo il loro sguardo smarrito da mi sa che l'abbiamo fatta grossa e decido di rincarare la dose, magari funziona più di cento discorsi astratti.
"Sono serissima. Potrei essere ebrea e trovare i vostri discorsi offensivi per la mia dignità, la mia famiglia e la memoria dei miei nonni". Ho sparato in alto, il furbetto della classe decide di mettermi alla prova: "E allora, prof, mi dica cos'è il Bar mitzvah!"
Questo lo so, l'ho letto da qualche parte: "E' la cerimonia che segna l'ingresso dei ragazzi nella comunità, si celebra a tredici anni", rispondo sicura.
"Come avviene la cerimonia?", insiste il furbastro.
Metto su la stessa faccia tosta di quando ho interrogato i maturandi di pedagogia l'estate scorsa, senza aver mai studiato pedagogia in tutta la mia vita: "E' una cerimonia a cui partecipa la comunità", suppongo per logica e poi sempre per deduzione aggiungo che si svolge in sinagoga (ovvio), in presenza del rabbino (per forza), leggendo e meditando alcuni passi della Torah (probabile). Infine concludo descrivendo il rinfresco che la famiglia usa dare dopo la cerimonia, come si vede sempre nei film americani.
Il silenzio adesso è interrotto da risatine nervose del tipo non possiamo averla fatta davvero così grossa.
"Ma veramente è ebrea, prof?"
"Non ve lo dico di certo, nè sì nè no", sono irremovibile.
"Cioè, ma noi scherzavamo soltanto..."
"Erano battute sceme, poi lo sappiamo che..."
Vai a sapere se è paura delle conseguenze, imbarazzo superficiale o dispiacere autentico, però sembrano davvero mortificati. Allora dico la verità e intavolo una discussione sull'opportunità di non parlare solo per dare aria ai denti.
Sull'onda dell'emozione riesco perfino a convincerli che l'Onorevole Luxuria, senza condanne penali e processi in corso, è preferibile alla quasi totalità dei nostri parlamentari.
Appena arriviamo al discorso degli extracomunitari, do il meglio di me in materia di rispetto reciproco e appartenenza all'umano consorzio.
Poi però non resisto al gusto della battuta e mi piazzo ben di fronte a loro, prima di andar via: "In futuro pensate bene a ciò che dite, prima di lanciarvi in pregiudizi stupidi e valutazioni offensive. Per esempio, io potrei essere una persona di colore e voi potreste non saperlo..."
Decisamente, dovrei star zitta anche io.
Mitilene è passata di qui alle 00:03
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